La guerra che non è guerra. La non guerra che è guerra.

Ecco un titolo in bianco e nero. Stiamo parlando di una relazione difficile e contorta. Un gioco che si snoda nei meandri più nascosti della nostra società. Un gioco che può essere pericoloso. Si, è pericoloso. Ma questo gioco non è nuovo. Nuova è la tecnologia. I metodi sono gli stessi di allora. Grandi sorrisi, ma anche calci e pedate.

I protagonisti della nostra storia sono lo sfondo delle relazioni Sino-Americane, l’apparato politico-militare, la tecnologia e – ma guarda un po‘ – l’economia. La loro azione consiste nella più semplice ed elementare concetto dell’informazione e della contro-informazione. Queste azioni si svolgono ormai da parecchio tempo e vengono condotte nell’ombra. I motivi sono sempre gli stessi; vuoi per carpire nuove tecnologie e avvantaggiarsi in qualche modo economicamente, vuoi per più bui scopi di pressione, di potere, di conquista. Il punto centrale di questo articolo però non è il colpevolizzare questa o quella persona, stato o organizzazione, semmai è quello di dimostrare (ancora una volta) che all’orizzonte non vi è niente di nuovo. La sostanza – l’avvantaggiarsi a discapito dell’avversario – è uguale, mentre se di cambiamento bisogna parlare, dobbiamo – mi scuso della ripetizione – parlare di metodo. Infatti la tecnologia, ha cambiato il modo di interpretare la conduzione di queste guerre non guerre. Parliamo della Cyberwar.

La guerra non guerra. La non guerra guerra
Spunto di questa riflessione, se non lo avete ancora capito, sono le rinnovate accuse alla Cina di condurre delle operazioni di Cyberwar. Una recente notizia a seguito del rapporto della ditta Mandiant è stato ripreso anche dalla nostra NZZ di giovedì 21 febbraio 2013 con ben tre interventi: Schwere Vorwürfe gegen Chinas Militär (pagina principale), China weist Hacker-Vorwürfe zurück (pag 3) e wer hat hangst vor APT1 – ovvero Advanced Persistant Threat – (pag 23).

In sintesi il rapporto di 74 pagine, mette sotto torchio la Cina, accusandola di aver setacciato acrilicamente negli ultimi 6 anni, ben oltre 140 aziende nei più disperati settori, quali l’economia, la tecnologia, ma la lista non è sicuramente esaustiva. E senti senti, la Cina risponde indignata e ricusa tutte le accuse a suo carico. Ma guarda un po‘! Difficile dire come stanno le cose, poiché a fronte comunque di chiari indizi, la matassa non è così semplice. In gioco ci sono anche le relazioni Sino-Americano. La partita quindi è più grossa di quello che si potrebbe pensare. Ma andiamo con ordine.

This 12-story building on the outskirts of Shanghai is the headquarters of Unit 61398 of the People’s Liberation Army. China’s defense ministry has denied that it is responsible for initiating digital attacks.

This 12-story building on the outskirts of Shanghai is the headquarters of Unit 61398 of the People’s Liberation Army. China’s defense ministry has denied that it is responsible for initiating digital attacks. (Foto: Link)

Il rapporto oltre a snocciolare diversi dati a riprova della gravità, identifica anche con una certa sicurezza „l’unità 61 398“ con sede presso uno stabile grigio e discreto a Shanghai in Datong Street. Sthefan Betschon nell’articolo „Wer hat Angst vor APT1“ (Chi ha paura dell’APT1) riferendosi alla guerra invisibile afferma

Es herrscht Krieg, Cyber-War. Aber es gibt keine Kriegserklärung, keine Demarchen, keine Marschbefehle.

Secondo quanto scritto nel rapporto APT1, in Cina opererebbe un'unità dell'esercito cinese codificata con il numero 61398 e che sarebbe specializzata nello spionaggio e nella guerra informatica aziendale con il beneplacito del governo cinese, che non solo ne sarebbe ampiamente a conoscenza, ma la coprirebbe da eventuali ritorsioni (come quelle che gli USA stanno progettando di mettere in atto). Il report avrebbe seguito la squadra di hacker nel corso di diversi anni di analisi delle loro scorribande informatiche nei computer degli Stati Uniti.

Secondo quanto scritto nel rapporto APT1, in Cina opererebbe un’unità dell’esercito cinese codificata con il numero 61398 e che sarebbe specializzata nello spionaggio e nella guerra informatica aziendale con il beneplacito del governo cinese, che non solo ne sarebbe ampiamente a conoscenza, ma la coprirebbe da eventuali ritorsioni (come quelle che gli USA stanno progettando di mettere in atto). Il report avrebbe seguito la squadra di hacker nel corso di diversi anni di analisi delle loro scorribande informatiche nei computer degli Stati Uniti. (Fonte commento e foto: link)

Si è vero. C’è in atto qualche cosa. Ma non è la classica azione bellica. Ma andiamo oltre.

Cyberwar è sexy
Cerchiamo ora di mettere il fantomatico campanile al centro del villaggio e ordinare un po‘ le nostre idee. Parlando di Cyberwar, sembra di assistere all’ascesa di qualche cosa di nuovo. Insomma Cyberwar, oggi è sexy. Possiamo distinguere due elementi di questo concetto; il primo è nell’obiettivo di avvantaggiarsi economicamente e o tecnologicamente. Possiamo parlare tranquillamente di spionaggio industriale, economico e militare. Mentre il secondo ha scopi ancora molto meno nobili, cioè produrre caos, disordine e a volte anche vittime. Può essere definito come un atto terroristico, ma anche un atto di guerra. È evidente che manipolare, alterare la rete elettrica, oppure produrre dei malfunzionamenti a centrali elettriche, nucleari, oppure ancora sabotare i programmi di sicurezza, per esempio di aeroporti, stazioni ma anche del traffico, causando morti è un pericolo. Una minaccia seria che non deve essere sottovalutata. Si me ne rendo conto: quanto detto può sembrare ovvio. Meno ovvio però è mettersi d’accordo su come fare.

James Bond e la Guerra Fredda
Sono cresciuto seguendo le gesta eroiche dell’agente 007. Non si può parlare certamente di cultura, ma il punto è semplice. Anche durante il periodo dove il mondo era bipolare, c’erano atti di spionaggio; industriale, economico e militare. C’erano atti di terrorismo o di guerra. Ieri come oggi il più di queste operazioni erano svolte nell’ombra. James Bond, con il tempo si è evoluto, ha abbracciato sempre di più la rivoluzione tecnologica.

È innegabile che la rivoluzione della tecnologia militare sia la chiave di volta della rivoluzione militare. Eppure, non si può ritenere che essa rappresenti la rivoluzione militare (p. 100)

La mia opinione è semplicemente che la zuppa di allora è ritornata nuovamente in auge sotto altro nome. E sempre come ieri lo sfondo fa perno intorno ai giochi di potere. Ieri si parlava di democrazia contro comunismo. Oggi prevalentemente prevale il gioco di potere geopolitico dell’inizio del XXI secolo ovvero la nuova leadership mondiale. Parliamo di relazioni fra una potenza che viene già troppo prematuramente e velocemente etichettata come in declino e la potenza emergente per eccellenza rappresentata dalla Cina. Si potrebbe parlare però anche di decadenza dell’Occidente e ascesa dell’Asia. È in questo contesto che dobbiamo principalmente collocare la nostra Cyberwar. A proposito non sono poi così tanto sicuro che anche in Europa non esista qualche Cyber-Associazione-lavoro-per-conto-di-qualche-governo. Non siamo mica nati ieri …

Sun Tzu e i colonnelli cinesi
A questo punto ritengo che non è importante sapere se i Cinesi sono i maggiori fautori della Cyberwar. Certo esistono tanti indizi. Ma saremmo superficiali e ignoranti nel non credere che il resto del mondo stia solo a guardare e a piangere sullo strapotere cinese.

Se vi chiedo a questo punto, se conoscete Qiao Liang e Wang Xiangsui, probabilmente, la maggiorparte di voi risponderebbe in modo negativo. Ebbene questi due colonnelli cinesi, hanno scritto un libro dal titolo provocatorio „Guerra senza limiti – l’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione“. Il libro vanta un’introduzione del generale italiano Fabio Mini. A volte leggendo il libro, ho l’impressione di rileggere ma in chiave moderna alcuni pensieri del pensiero cinese, quale per esempio:

Soltando infliggendo danni strutturali all’intero sistema nemico possiamo costringerlo a destinare una larga porzione delle proprie forze armate alla difesa (p 17)

È questo il punto. Per capire il pensiero cinese è utile, se non obbligatorio, leggere la loro letteratura, da L‚Arte della guerra a Guerra senza limiti. Meglio ancora: capire la loro filosofia (compito arduo e molto difficile). Un aspetto della strategia cinese è quella di evitare solo all’ultimo momento l’uso della forza militare. Da ciò si potrebbe quasi con assoluta certezza asserire, che operazioni ombra, operazioni di destabilizzazione siano la base della concezione strategica cinese. Prima di terminare questo breve spazio sulla Cyberwar, vorrei però brevemente riprendere il concetto più volte citato delle relazioni Sino-Americane. Ebbene, ci sono i fautori per un’avvicinamento alla Cina, cioè una migliore relazione su diversi livelli, mentre esiste anche una parte della società Americana, ma anche e sicuramente Cinese, che sono meno propensi ad un’apertura con il rivale. È in questo contesto che viene da chiedersi a chi giova o a chi ha giovato il rapporto della Mandiant. Attualmente non ho una risposta, solo riflessioni che esulano da questo articolo.

Per concludere sono dell’opinione che la Cyberwar è una realtà in cui si perseguono obiettivi analoghi al passato, ma con l’utilizzo di mezzi moderni. È altresì vero una maggiore attenzione a questo tipo di operazione, altera la nostra percezione sul come concepire il nuovo campo di battaglia. Ieri più chiaro, oggi più nebuloso. Lo stesso vale per James Bond. Nella società odierna, quindi prevale una tendenza a spostare la guerra convenzionale verso una guerra non guerra, oppure non guerra guerra, molto più nell’ombra. Un monito è semmai quello. che se quest’ombra sfugge di mano, potrebbero risultare conseguenze di pari valore ad una guerra combattuta sotto la luce del sole. Gli intrighi e i sotterfugi non hanno mai prodotto effetti positivi. Diciamolo pure; grandi sorrisi alla luce del sole, calci e pedate appena calano le ombre notturne. Un ricco menu. complimenti!

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